Autovalutazioni – frammenti da una sperimentazione quarantennale

Voglio raccontare di cose che funzionano, esempi di buona scuola. Ne ho uno che conosco alla perfezione, eppure non lo vedevo. Non lo vedevo perché ho dato per scontato che quella fosse la scuola e, invece, ora, con la maturità dell’essere madre, mi sono resa conto che era davvero la “buona scuola”.

Le superiori le ho fatte all’ITSOS di Bollate, una maxisperimentale, maxi in tutto, 1800 studenti, grandi spazi, dentro e fuori, e maxi nella pervasività della sperimentazione. Sono contenta di essere stata una cavia, sono stata una cavia felice, peccato che certe pratiche si perdano nella particolarità di alcuni istituti e non vengano estese.

In questi trent’anni dal mio diploma ho sentito spesso proposte di modifiche alla scuola e non capivo quale fosse la novità semplicemente perché erano cose, per noi dell’ITSOS, scontate e banali.

In questo post non voglio raccontare della piscina interna, dei laboratori di chimica e biologia, delle aule attrezzate, del fatto che cambiassimo aula per quasi tutte le materie (forse lo stanno proponendo ora), del biennio comune e degli otto/nove indirizzi del triennio di specializzazione con due gruppi classe (uno di base e uno di specializzazione), la disposizione dei banchi a ferro di cavallo nelle aule di base, i murales, il bar, gli spazi di relax, il meraviglioso auditorium, …

Quello che ha reso speciale la mia esperienza all’ITSOS, e che ritengo più formativa, è stata la pratica della settimana delle autovalutazioni, due settimane all’anno in corrispondenza della fine del quadrimestre.
E sì, per chi non ne ha mai sentito parlare significa proprio quello, valutare il proprio lavoro scolastico. Detto così qualcuno potrebbe pensare “che bello ci si dà i voti da soli” oppure, dalla parte degli insegnanti, “sì, un’altra buffonata da riforma tal dei tali”.
La settimana delle autovalutazioni la didattica era completamente ferma, nessuna lezione e nessun compito. Ogni professore riceveva i propri alunni con un calendario ben definito e si stava da una parte dell’aula, o nel corridoio, quando un compagno era a colloquio con il professore.

Arrivavo da una scuola media che ho particolarmente odiato, avevo una professoressa di italiano che al minimo errore di grammatica smetteva semplicemente di correggere i temi e dava 4 senza possibilità di replica, nemmeno se avevi scritto un romanzo particolarmente intrigante.

Mi sono adattata subito al nuovo sistema, un sistema che ti esplicitava gli obiettivi da raggiungere, le competenze da acquisire (forse questa l’ho già sentita) e, la cosa più importante, era la capacità di imparare che dimostravi di aver acquisito (anche questa l’ho già sentita).

Autovalutarsi significava mettersi di fronte al professore e a te stesso e non c’erano più paraventi, non potevi nasconderti, trovare scuse, sapevi se e quanto ti eri davvero impegnato, sapevi se c’era qualcosa che non andava nel tuo rapporto con il prof.

Ho avuto un professore di grafica con cui gli scontri erano all’ordine del giorno e le autovalutazioni erano un ulteriore momento di guerra, ricordo di un pugno al muro dato per rabbia perché aveva ragione lui, il 6 me lo ero meritata, non mi ero impegnata, e non si poteva prendere 6 in grafica, la materia che occupava 5 delle 41 ore della settimana. Non sono un tipo violento, ma la tensione che avevo accumulato era tanta e non era proprio un muro ma l’infisso in alluminio della finestra, più morbido, e l’ho dato con la mano destra perché sono mancina e la sinistra mi serviva per disegnare.

Quelle discussioni ti portavano a motivare le tue scelte sia quelle del fare e sia quelle del non fare, forse per questo non sono riuscita a continuare a lavorare in un posto dove quando ho iniziato a motivare le mie scelte progettuali mi è stato detto che “non devi pensare ma solo eseguire”.

Le autovalutazioni mi hanno insegnato a pensare, a prendermi la responsabilità delle mie scelte, a rendermi consapevole dei risultati che si possono ottenere con l’impegno.

Ovviamente non con tutti i professori le autovalutazioni funzionavano, se i professori non erano sufficientemente motivati e concordi con la sperimentazione, se erano solo di passaggio nella scuola come tappabuchi le autovalutazioni diventavano una cosa superficiale. Fortunatamente la maggior parte dei docenti credeva nella pratica dando il giusto rilievo a questa sperimentazione, preparando delle buone schede di autovalutazione.

Le schede erano strutturate così:

  1. Atteggiamento nei confronti del lavoro didattico
  2. Frequenza alle attività scolastiche
  3. Abilità e conoscenze sviluppate nella materia
  4. Progresso/regresso/stazionario
  5. Difficoltà incontrate
  6. Valutazione complessiva nella materia
  7. Suggerimenti per migliorare

Il punto 3 era quello che faceva la differenza, per i professori pigri era un semplice riepilogo delle verifiche fatte, per la maggior parte dei docenti era un elenco ben descritto delle abilità da acquisire.

Per preparare questo post ho riletto le mie schede, volevo metterne una foto, mi ricordavo voti migliori, ma ormai non posso rimediare, mi consolo con il 50/60 della maturità, non un voto grandioso ma nemmeno 36. Le mie figlie avranno accesso alle mie schede solo dopo la mia morte, voglio che continuino a credere che ero brava così, dato che sono molto competitive, cercheranno di fare meglio.

Sì, la piscina la usavamo, 4 ore di ginnastica alla settimana, 2 di nuoto…

Autore dell'articolo: om

1 thought on “Autovalutazioni – frammenti da una sperimentazione quarantennale

    Giovanna La Landi

    (1 settembre 2017 - 13:02)

    Davvero una stupenda esperienza! grazie di averla condivisa!

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